LA FAVOLA DEL TORDINONA (Un teatro come l’araba fenice)

Di Renato Giordano.

 

Editore Pagine, Roma 2008 - € 12,00

 

Le belle favole dovrebbero scriverle gli scrittori. Ma quando ciò si verifica, spesso succede che  esse volano alte sul piano della realtà ed è inevitabile leggere di una mela stregata che addormenta la bella vergine e che poi il bacio di un principe azzurro ne neutralizza l’effetto. Molto meno facile è rappresentarsi l’azione se il codice interpretativo è quello pragmatico, legato agli opportunismi, anche se nobili, della vita, contemporaneo fino ad essere diventato esistenziale, cioè problema dell’esistente.

Intersecare i due piani, quello della fantasia pura, assoluta (cioè absoluta, cioè libera da legami), con quello della praticità operosa fatta di relazioni tra persone, di connessioni tra persone e oggetti e soprattutto della quadratura dei bilanci, è impresa che potrebbe portare sulla via della schizofrenia, o, a voler essere indulgenti, della dissociazione.

Tuttavia, un personaggio che non è del tutto congruente con il primo dei due piani, né completamente ammiccante con le prerogative del secondo, è riuscito a scongiurare il pericolo di quella patologia che fa di una persona due o più, riuscendo a rimanere sé stesso, integro, con i suoi umori, con i suoi slanci, con le sue scelte, con le sue convinzioni, con le sue passioni, con le sue scommesse culturali, con i suoi sofferti egoismi e con le sue singolari generosità. Renato Giordano, 55 anni all’anagrafe, molti di meno per capacità di aggredire gli impegni svariati che lo tengono legato a più realtà. Medico di professione e teatrante di vocazione. Teatrante, termine che riassume i vari e diversi modi di rapportarsi a quel prodigio di comunicazione e di formazione che è il teatro: anche attore, Renato Giordano, ma soprattutto autore  e regista, e, con invidiabile trasformismo alla Arturo Brachetti, cambia rapidamente d’abito e di mestiere diventando impresario, organizzatore, direttore artistico.

E già con queste ultime caratteristiche io l’ho conosciuto quando circa trent’anni fa, scrivendo per Ridotto della giovane drammaturgia italiana, incontravo autori della caratura di Bernard, Galli, Manfridi, o il compianto e rimpianto Ruccello, oggi autori rappresentati, premiati e celebrati.

Ma Giordano aveva una marcia in più rispetto agli altri: egli viveva già nel teatro, non solo di teatro. Titolare di una compagnia, la Pochade, allestiva e produceva testi suoi e di altri autori;  impegnato negli anni seguenti anche nelle istituzioni pubbliche come vice direttore artistico del Teatro di Roma, Giordano aveva rimesso in corsa  uno degli teatri più antichi e prestigiosi di Roma, il teatro Tordinona, già Pirandello, conferendogli la dignità di uno spazio dove ricerca e trazione, innovazione e consuetudine si inseguivano e completavano in un’alternanza di proposte fondanti un nuovo processo di acculturazione e di offerta teatrale . Questa “favola” cominciava trent’anni fa. Oggi che oscure mene stanno inducendo alla chiusura questo spazio (le cui scene sono state calcate da Marta Abba, Lamberto Picasso, Paola Borboni) il bilancio di questa intensa, lunga e coerente stagione artistica è senz’altro positivo perché il Tordinona, con la gestione Giordano, è diventato un punto di convergenza dei vari linguaggi e delle diverse espressioni teatrali. Non un teatro etichettato: è stato anche la cosiddetta “cantina”, cara ai frequentatori degli anni ’60 e dintorni,  ma non sono mancati i classici, ha offerto la sperimentazione come pure la declamazione di rinomatissima scuola, la trasgressione e la fedeltà al canone, coniugando le aspirazioni del nuovo con l’esigenza del classico sempre all’insegna del rigore e dell’onestà intellettuale. E non è stato mai un contenitore, perché i cartelloni sono stati sempre accuratamente allestiti e sostenuti da Giordano stesso.

La storia di questo teatro è racchiusa ora nella pregevole edizione “La favola del Tordinona” (Roma, Pagine, 2008) alla quale Giordano ha affidato non solo i suoi ricordi personali, ricordi di trent’anni di direzione artistica, ma anche memorie, osservazioni, giudizi e note di illustri personaggi che in quel teatro erano di casa (da Nicolaj a Vasile, da Ponchia a Nediani, da Carafoli a Fangareggi, dalla Paganini a Portone, da Virginio Gazzolo a Antonucci a Scaccia). Il tutto impreziosito da una documentazione fotografica che ritrae momenti storici dell’attività del teatro, dalla metà del secolo scorso all’inizio di questo. Ed è una storia esaltante, per quanto melanconica, anche se Giordano sa imprimere al narrato degli scatti che sono veri e propri affondi di saggezza critica, di riflessioni, di assoli meditativi che riportano il lettore alla diuturna crudezza della realtà (dopo averlo sospeso in una dimensione di aneddoti a volte bizzarri, a volte curiosi, a volte sapidi): “Ma un nome, che è un’idea, un sogno di teatro e d’illusione, non muore, ed ecco che con i palazzi che delimitano il nuovo lungotevere Tordinona, torna a sorgere il Teatro Tordinona”.

Il teatro Tordinona ora chiude i battenti, ma senza scalpiti né isteriche sbattute di porta contro la malapolitica che affossa le imprese culturali, come un’anziana (ma lucida) e distinta signora saluta e passa oltre, convinta di avere ancora una sua vita da vivere, proprio come quell’araba fenice che ne è il simbolo, anche se è una vita che non si vive nel futuro ma nel passato, un passato senza nostalgia, forse col solo rimpianto dei giusti, che è quello di non aver fatto comunque di più, vivificato dalla certezza di aver operato sempre nell’interesse della professionalità e della qualità e a sostegno di una cultura della drammaturgia, anche quando i tempi ne sconsigliavano la perorazione della causa.

Renato Giordano forse qualche lacrima (autentica stavolta, non causata dallo stropiccio delle lenti a contatto) la lascerà cadere sulla soglia di quel numero 16 di via degli Acquasparta quando darà l’ultima mandata di chiave prima di consegnare quel glorioso spazio a nuovi padroni, ma potrà voltarsi indietro con la consapevolezza e l’orgoglio di chi per trent’anni ha scritto una pagina non solo importante e memorabile,  ma storicamente indispensabile, nella cultura teatrale romana.

Noi che siamo amici, estimatori, collaboratori, a volte Cirenei, di Renato gli diciamo grazie di averci regalato tante emozioni, momenti di crescita umana e professionale, ma anche il privilegio di aver partecipato e condiviso un progetto di cultura unico e irripetibile, perché convinti anche noi che: “un nome, che è un idea, un sogno di teatro e d’illusione, non muore”.

Perciò, eccoci pronti a rinnovar la favola… la recita abbia inizio!                                                                                                                          Raffaele Aufiero