| AMNESIA VIVACE "Paesaggio con fratello rotto" di Alfio Petrini Che la Gualtieri e Ronconi abbiamo avvertito il malessere che attraversa loccidente è segno dindiscussa sensibilità culturale. Che di fronte al senso incolmabile di vuoto abbiamo sentito il bisogno di esprimerlo artisticamente, conferma la loro voglia di continuare ad essere artisti presenti e attivi in un Paese con pochi valori condivisi. Che esista una spaccatura tra "lanima del mondo" e luomo della polis che non cè è un dato incontestabile per innumerevoli motivi. Perché luomo nella sua interezza è stato fatto a pezzi. Perché luomo continua a trattare luomo per parti separate e distinte, invece di concepirlo in modo unitario. Perché gli uomini stanno luno contro laltro armati. Perchè la necessità di apparire prevale su quella di essere, implicando la trasformazione del piacere in edonismo. Perché la dualità del materiale e dellimmaterile, del sapere e del non-sapere non è "passata" nella cultura contemporanea, che risulta sostazialmente materialistica, razionalistica, positivistica, legata agli assoluti ideologici. Perché lo sviluppo non coincide con un reale progresso umano, perché i progetti politici non sono accompagnati da progetti culturali, perché la politica si nega come atto supremo damore e si concrettizza in cinico esercizio del potere. E si potrebbe continuare, condividendo appieno il fatto che il "pezzo di brace cosmica" vacilla, che esiste uno scarto forte "tra ciò che sentiamo ( e diciamo ) e il modo in cui viviamo", che "siamo andati lontano da ciò che ci tiene in vita". Tutto questo è vero. Ed è anche vero che su questo versante, complesso e impalpabile, cè il rischio di "bruciarsi la faccia e la veste", il che rende "Paesaggio con fratello rotto" un atto di fede coraggioso della Gualtieri e di Ronconi. Ma un conto sono le idee e il coraggio, un altro conto sono i risultati artistici. Quando il drammaturgo scrive "Che cosa abbiamo dimenticato? Che cosa?/Quando piangiamo. Quando/siamo a pezzi./Quando il sole non ce la fa più/ a darci consolo? Quale/semplice formula? Che parola? Che cifra?", dice molte cose. Con la domanda retorica "Che cosa fa di noi solo/un grumo/nello splendore del mondo?" ne dice molte altre. E attraverso la bocca incredibile delloracolo ci spiega in dettaglio che "Ci serve denaro e/versamento di sangue. Confini, nomi/servono per ogni minimo stato. Poi/porte muri cancelli muraglie dogane/bastioni , muri e muuri, per il dentro/ e il fuori, per il qui e il lì, perché/tutto sia a misura del respiro, creduto/ vero, in quella sua piccola taglia/ di fiato". Mentre i concetti assalgono la mente, nascono domande senza risposta. Non abbiamo scoperto da molto tempo che al centro del teatro cè il corpo, che al centro del corpo cè il cuore, che al centro del cuore cè il sangue che si fa pensiero, perché a sua volta il pensiero possa farsi sangue? I risultati convincenti di "Chioma" non sono derivati da questo inusuale processo, invece che dalla parola-concetto? "Che cosa abbiamo dimenticato?" urla la Gualtieri. Abbiamo dimenticato il rapporto di relazione con luomo. Se salta questo rapporto, salta luomo, che diventa un buco duomo. Ma anche quando il drammaturgo dimentica luomo a due dimensioni (materiale e immateriale) e, invece di rappresentarlo, lo descrive e concettualmente lo spiega, salta il rapporto di relazione. Allora lopera non ama e non possiede losservatore. Lo respinge piuttosto. Invece di regalargli emozioni, sentimenti e stupori, lo invita a pensare, a ragionare, a seguire il senso logico delle parole , mortificando le legittime pretese dei sensi.. E lagognata poesia? Finisce per essere unaura legata alla superficie del verso. Scaturisce dalla combinazione di belle parole, invece che dal comportamento del poeta rispetto alle cose che racconta. E, su questa strada, quando il macellaio vomita lorrore di una natura e di una cultura disumanizzate, il poeta spiega ancora. E se spiega, al povero regista cosa rimane? Rimane la trasformazione della parola scritta in parola parlata, linvenzione di qualche immagine a ornamento delle parole che dicono tutto (il dicibile e lindicibile), la manovra degli attori e degli oggetti, la sovrapposizione di movimenti e di azioni fisiche alle parole. In altri termini, la scrittura drammaturgica non si offre nella sua autonomia per essere tradita attraverso latto damore del regista e dellinterprete, ma per essere accettata nella sua autarchia e assecondata nellazione di spiegazione dellidea. Il risultato è la dicotomia tra la parte concettuale/concettuosa della parola e la parte visiva dello spettacolo. Il fango diventa luce, ma la luce diventa metafisica della luce. PAESAGGIO CON FRATELLO ROTTO Tre tappe spettacolari ideate e dirette da Cesare Ronconi Prima tappa: Fango che diventa luce. Per tre animali, un macellaio, un oracolo, un cantore Regia di Cesare Ronconi Parole di Mariangela Gualtieri Con Marianna Andrigo, Silvia Calderoni, Leonardo Delogu, Elisabetta Ferrari, Dario Giovannini e Muna Musssie Musiche dal vivo di Dario Giovannini Campionamenti di Aidoru Scene di Stefano Cortesi Costumi di Patrizia Izzo Finico Luca Fusconi Macchinista Federico Lepri Organizzazione Morena Cecchetti e Emanuela Dallagiovanna Produzione del Teatro Valdoca, in collaborazione con Teatro Bonci di Cesena, Drodesera Centrale Fies 2004 Roma, Teatro Vascello, dal 30 marzo al 3 aprile 2005. |