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Teatro La sera della prima
POE, LE TENEBRE, LA METAFORA DELLOCCIDENTE
Nell'anno del bicentenario della nascita di Edgar
Allan Poe il Globe Theatre di Roma lo onora con la rappresentazione del
Poliziano ( Politian, unfinished
tragedy).
La versione in italiano è diretta da
Riccardo Reim, con musiche di Massimo Bizzarri. Interpretato da Marco Belocchi
(Poliziano), Elisabetta Ventura (Lalage), Luca Negroni (Ugo), Fabio Mascagni
(Castiglione), Giacomo Rosselli (San Ozzo), Mario Di Fonzo (Baldassarre) e la
partecipazione straordinaria di Silvana De Santis (Giacinta).
Lo spettacolo è organizzato dal Teatro
dell'Istante, dall'Assessorato alla Cultura di Roma e Zetema Progetto Cultura, con il
patrocinio dell'Ambasciata degli Stati Uniti d'America, dell'American Academy in Rome e
dell'Ambasciata britannica.
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Riccardo Reim, (autore che, molti ricorderanno, abbiamo avuto ospite nella III
edizione di Schegge 2003 con il suo premiato testo Giada DOriente) torna
a cimentarsi, e con successo, in un lavoro di traduzione e riscrittura, di
regia e di allestimento scenico; in questo caso dellunico testo teatrale,
peraltro incompiuto, di Edgar A. Poe dal titolo originale ''Politian, unfinished tragedy''.
Lallestimento, visto sul palcoscenico elisabettiano del Globe Theatre di Roma, a
villa Borghese, è a dir poco intenso nel susseguirsi fluido delle azioni sceniche e dei
recitativi non privi a tratti di citazioni protoromantiche, che sorreggono
l azione narrativa, la quale non viene mai meno durate le due ore di
spettacolo, seguito dal un pubblico avvezzo alle sue creative regie sempre di alto
livello.
Unesoterica scenografia (corredata da una selva di rami e foglie secche rischiarate
da ceri accesi, evocanti larcadia delle pulsioni secondo il trovarobato duna
artigianale scenografia) impagina gli attori abbigliati con tute mimetiche paramilitari.
Entrano in scena, in fibrillazione, come catapultati in vortici di violenza emotiva,
rotolandosi sul palco in assetto di guerra, si spintonano e si trascinano a vicenda
nellatto di affermare la loro supremazia; sono irrazionali, stravaganti, istrionici,
ma al contempo solitari, tenebrosi, appassionati e un po cinici. Si
snodano e si intrecciano ossessionati dalla necessità di trovare una luce
sulfurea, quasi tragica, sulle squassanti infatuazioni duna vita senza
confini.
Il narrare di Reim non è di natura oleografica, ma denso di rimandi
evocativi. La sua lettura semantica, il suo approccio al testo (lasciato incompleto da
Poe) inducono a qualche autonoma, necessaria riflessione: ovvero il senso, i
tempi, la dialettica teatrale che un regista contemporaneo, attraverso il moltiplicarsi
delle invenzioni e dei quadri scenici, è necessario che abbia rispetto alla struttura
letteraria, labirintica, narcisistica del testo originario.
Quelle pagine (mirabilissime) della letteratura americana dottocento sono qui
espressivamente e modernamente restituite con contemporaneo linguaggio teatrale.
Soprattutto visualizzati sulla postura dei corpi e gesti allusivi, sulle
interpretazioni enigmatiche ma di per sé eloquenti, anche a tratti introspettive.
Bravissimi gli attori nella resa dei loro ruoli: Marco Belocchi (Poliziano), Elisabetta
Ventura (Lalage), Luca Negroni (Ugo), Fabio Mascagni (Castiglione), Giacomo Rosselli (San
Ozzo), Mario Di Fonzo (Baldassarre) e la partecipazione straordinaria di Silvana De
Santis, incarnazione di quella femminilità combattiva con luniforme
grigioverde che anima e dà il giusto ritmo recitativo- propulsivo allazione
scenica.
Comunque lo si voglia, in questa traduzione e ri-scrittura scenica, Riccardo
Reim attua, con una lingua teatrale viva, lassoluta padronanza della parola e al
contempo la piacevolezza nella composizione, nella sequenza dei fatti e dei personaggi,
esattamente ciò che il tempo teatrale richiede: il senso dellazione. Lievitazione
di un delirio collettivo dove i campi magnetici degli incontri amorosi e degli
scontri di duello di cappa e spada si schiudono, sul filo di una ritmica deambulazione,
alle sorprese del collage narrativo, che il regista ri-compone con minuziosa
delucidazione.
La narrazione si avvita come fantasmatica figura di alienazione di un corpo
simbolico come oggetto storico, miticamente evocato nella scrittura testuale, esatta
quanto labirintica, finalizzata a tracciare in negativo la mappa di un nord-America
ottocentesco di cui Poe aveva colto il meridiano splendore.
Soprattutto perchè la vicenda narrata appare indubbiamente paradigmatica nelle pieghe
dellintreccio molto simile ai Racconti del terrore: la piéce è
tratta da un fatto di cronaca nera del tempo, la ''Kentucky tragedy'', una vicenda ''di
onore e di sangue'' di cui i giornali si occuparono a lungo.
La trama satura di barlumi intermittenti di attualità racconta di una ragazza della buona
borghesia, sedotta da un uomo politico piuttosto in vista, che la abbandona quando
lei si accorge di essere incinta. La ragazza perde il bambino e dopo alcuni mesi accetta
di sposare un giovane a condizione che costui vendichi il suo onore. Il giovane
sfida luomo politico a duello, ma questi ammette la propria colpa e rifiuta di
battersi, finché la notte del 6 novembre 1825 il giovane esasperato penetra nella sua
casa e lo uccide. Subito dopo, i due sposi tentano il suicidio: Il giovane sfuggito alla
morte, viene condannato allimpiccagione che verrà eseguita il 7 luglio 1826.
Vicenda dicevamo paradigmatica sugli effetti passionali, distruttivi o autodistruttivi dei
personaggi del dramma, perché Poe architetta la sua trama drammatica, proiettandola però
lontana nel tempo e nello spazio (la Roma rinascimentale: lultima scena si svolge
addirittura nel Colosseo, come se i protagonisti fossero dei gladiatori, luogo
deputato di una civiltà dello spettacolo in cui i confini tra realtà e fantasia si
risolvono in violenza. Dove si muore in tableaux perversi che visualizzano in scena
rituali sanguinolenti.).
Quasi metafora storica perchè incentrata sulla contraddittoria e sfumatissima figura del
protagonista, la cui ambiguità è già indicata dal nome (Poliziano, direttamente
ispirato al poeta italiano, investito però di un titolo inglese, Conte di
Leicester). Per tali motivi Riccardo Reim ha gioco facile nel presentare
questo allestimento nellampia cornice di un teatro elisabettiano il cui impatto
visivo nel contesto urbano di Roma riassume un microcosmo delle commistioni
teatrali.
Il poeta Edgard Allan Poe aveva in mente nel suo metaforico dramma, imperniato
sullinteresse per lesplorazione dei traumi originari della cultura
occidentale, e non solo, levolversi storico del potere, fondato sulla
violenza, sulla sopraffazione e corruzione.
Applausi prolungati per uno spettacolo eclatante destinato a entrare nella dynasty
del teatro scritto dai poeti maledetti. |